Attacco allo Stato: mi ha aiutato un vero eroe PDF Stampa E-mail

Raul BovaOtto e venti di mattina del 20 maggio 1999. In via Salaria, a Roma, un commando armato uccide Massimo D’Antona, 51 anni, sposato, una figlia, docente di diritto all’Università La Sapienza di Roma, oltre che consulente dell’allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino. Poco dopo, una scheda scivola nel telefono di una cabina.
La mano guantata alza il ricevitore, compone un numero e convoce artefatta rivendica l’omicidio in nome delle Brigate Rosse. Comincia come un pugno nello stomaco «Attacco allo Stato», film tv prodotto per Mediaset dalla Tao-Due Film di Pietro Valsecchi, andato in onda su Canale 5 il 22 e 23 maggio 2006. Anzi, più che un film quasi un instant movie, visto che al centro della vicenda ci sono gli ultimi tragici eventi che hanno segnato la storia del nostro Paese, la sfida allo Stato da parte delle nuove BR, silenti per 11 anni e improvvisamente tornate in campo più feroci che mai. Una storia di indagini e di pazienza, di piste sbagliate e di pedinamenti, di incroci tra schede telefoniche e di inaspettati colpi di fortuna.

Una storia, comunque, bagnata di altro sangue. Quello di Marco Biagi, 52 anni, professore di Diritto del Lavoro all’Università di Modena e consulente dell'ex Ministro del Welfare Roberto Maroni, sposato, due figli, freddato sotto la sua casa a Bologna la sera del 19 marzo 2002. Ma anche quello dell’agente della Polfer Emanuele Petri, ucciso sul treno Roma-Firenze il 2 marzo 2003, durante la sparatoria in cui fu ucciso il brigatista Mario Galesi e arrestata Nadia Desdemona Lioce. I processi sono ancora in corso, ma la fiction, sempre più attenta all’attualità, ha deciso di raccontare come si è arrivati a celebrarli.
Al centro della storia c’è la figura di un vicequestore della Digos. Diego Marra è il nome di fantasia, Raoul Bova, invece, è colui che gli presta il volto. «È un uomo normale, un poliziotto che si occupa di terrorismo internazionale, ma anche del servizio d’ordine allo stadio o in Vaticano. Una persona che diventa eroe senza neanche accorgersene, perché il suo lavoro lo fa con passione, con la tenacia di stare lì e non mollare mai». L’attore, che negli scorsi mesi ha vissuto a Los Angeles per interpretare la serie televisiva della Abc «What about Brian» e che in questi giorni è a Ponza sul set di «Io, l’altro», film per il cinema diretto dal regista tunisino Mohsen Melliti, parla di questo personaggio con il trasporto che lo accompagna in tutti i film che sceglie di interpretare. «Dentro ci ho infilato il mio senso di giustizia e il sentimento di rivalsa che da cittadino provo di fronte al terrorismo». Inevitabile il confronto con un altro eroe dalla «straordinaria normalità» al quale Raoul Bova ha dato vita sul piccolo schermo per ben tre volte cioè il capitano Ultimo. «Ma i due sono diversi. “Ultimo” è più nervoso, più espansivo. Un leone in gabbia. Marra è più freddo, più calcolatore, più nascosto dentro se stesso. Legge e rilegge la rivendicazione delle Br per centinaia di volte, finché non la sa a memoria. Pensa, ipotizza e continua a leggere. Ultimo è un concentrato di adrenalina, uno da guerriglia. Marra è consapevole che non può farsi sfuggire niente. Neanche un granello di sabbia».
Per interpretarlo Bova, stavolta in giacca e cravatta, ha voluto incontrare più volte il vero poliziotto della Digos. «Ma non è stata una frequentazione assidua come nel caso di Ultimo. Il poliziotto in questione è timido. Non credo nemmeno che lui si rendaconto di essere in qualche modo un eroe. Gli ho chiesto se non gli sia mai venuta voglia di sbottare, di sfogare la sua rabbia davanti all’impotenza, alla difficoltà delle indagini, ai superiori che reclamano risultati, ai fanatici capaci di colpire nell’invisibilità assoluta. Lui mi ha risposto così: “Certe cose bisogna accettarle. Non ha senso mettersi a dire tutto quello che non va. Noi andiamo avanti, continuiamo a lottare. È vero, a volte ti assale lo sconforto, ma sai che ti devi sempre muovere nella legalità”. La loro lotta nei confronti dei brigatisti non è spettacolare come siamo abituati a vedere nei film polizieschi. È un lavoro di intelligence, di dati al computer, di pazienza. Una sfida che attraversa anche un livello intellettuale».
Nella sceneggiatura, modellata sul soggetto di Pietro Valsecchi e del giornalista Giovanni Bianconi, non c’è spazio per il romanzo, per i risvolti personali e sentimentali. Tutto si basa su dati reali, anche se per esigenze narrative i protagonisti sono ispirati sia a singole persone, sia alla sintesi di più personaggi implicati nelle vicende. «È vero, non si racconta il privato di Marra» conferma Raoul Bova. «D’altra parte la ricostruzione delle indagini è totale. Ci si è concentrati sulla lotta contro questi fantasmi, persone addestrate a essere trasparenti, abili nel non lasciare tracce sulla scena del delitto, a cambiarsi i vestiti nella fuga, a essere inafferrabili».
Uno di questi «fantasmi» ha il volto di Sandra Franzo. Con il nome di Nadia Montero interpreta un personaggio che ricorda molto da vicino Nadia Desdemona Lioce, uno dei capi delle nuove BR, arrestata in treno nel marzo 2003 e subito dichiaratasi «prigioniera politica». L’attrice rumena Alina Nedelea, invece, rappresenta «l’anello debole dell’organizzazione» in un ruolo che ricalca quello giocato nella realtà dalla brigatista Cinzia Banelli. «La mia Carla è una persona ambigua. Non si capisce mai quanto in lei ci sia di strategia e quanto di reali sentimenti. Il suo desiderio di costruirsi una famiglia, di avere un bambino, sembra un atto di rottura verso la violenza. Ma anche un espediente perché intuisce di avere la polizia alle costole».
Il problema di come rappresentare i brigatisti è ben presente nella mente del regista Michele Soavi, che ha già diretto Bova in «Ultimo la sfida», «Ultimo 3» e «Francesco». «Li ho raccontati come dei sofisticati poliziotti, dei corpi dei servizi segreti che si combattono. D’altra parte i nuovi brigatisti sono molto diversi dalle vecchie BR. Origini borghesi, cultura medio-alta, gente preparatissima, in certi casi perfino professori universitari. Prima di uccidere il povero D’Antona, lo avevano pedinato per due mesi. Un’infinita istruttoria dei suoi minimi spostamenti. Dettagliatissima, fino a definire il rumore che facevano le suole delle scarpe. Terribile immaginare che l’intelligenza e la meticolosità possano rigirarsi in questo modo. Una freddezza agghiacciante così come i termini che usano. L’uccisione di un uomo per loro è solo “l’annientamento certo del soggetto”».

 
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